

arte in legno di ulivo secolare
La storia dei tre ulivi secolari
Tutto inizia da una frana nella mia terra causata da una ondata eccezionale di piogge che colpì la costa ionica e l'entroterra calabrese nel 2018.
I danni, ovunque, furono enormi: centinaia di alberi sradicati, tetti delle case divelti, strade scomparse, animali morti sotto la furia dell'acqua. Sono venuti giù finanche tre ulivi millenari, intorno ai quali si sono avvicendati mio nonno e mio padre, entrambi radicati nella storia di questo luogo, semplice e misterioso al tempo stesso. Polligrone, la mia terra. Una collina ricadente nel territorio di Belvedere Spinello che parte dalla valle del Neto e nella parte più alta, sulle mappe antiche designata come Somma Polligrone, confina con le campagne di Casabona e dell'antica Cingo (oggi Zinga), a est regala la vista dei vigneti di Cirò e Melissa prima di arrivare alla costa ionica che va da Punta Alice a Isola Capo Rizzuto e a ovest l'antico borgo di Santa Severina. È nel cuore della Magna Graecia, in provincia di Crotone.
Polligrone, un nome che potrebbe derivare dal greco πολλή χρόνια, letteralmente “molti anni”. Che è terra di molti anni, un tempo coperta dal mare, lo rivelano i numerosi reperti fossili risalenti a oltre 5 milioni di anni fa, probabilmente al Messiniano del Miocene, quando lo stretto di Gibilterra si chiuse causando il prosciugamento del Mar Mediterraneo e facendo emergere terre che fino a poco prima erano fondali marini. O forse ancora precedenti.
Fossili presenti da sempre, custoditi per milioni di anni nelle viscere della terra, testimoni di mutamenti geologici inimmaginabili che l'acqua ha coperto, milioni di anni fa, e che l'acqua ci ha restituito riportandoli alla luce assieme ad alcuni reperti di probabile origine neolitica.
È affascinante immaginare che quando i greci approdarono sulle coste dell'antica Kroton trovarono tracce vive delle antiche civiltà rurali che diedero vita e forma alle ricchezze minerali e naturali che le nostre terre offrivano: ferro, argilla, legno, pietra, selce, sale. Il villaggio neolitico di Casabona, confinante con Polligrone, narra la nascita di uno dei primi insediamenti rurali, e sembra essere tra i più vasti d'Italia con i suoi 200 “fuochi”, abitazioni rupestri scavate nella roccia, che nel corso dei secoli hanno ospitato pellegrini, eremiti, profughi, contadini e briganti, e che fino a qualche anno fa venivano usati come ricovero per gli animali.
Un luogo ricchissimo di storia ma che in buona parte resta ancora inesplorato. Una terra selvaggia e impervia, teatro di eventi geologici e storici eccezionali che hanno segnato l'evoluzione e il progresso delle civiltà.
Pensare che tre ulivi, testimoni dei mutamenti dell'ultimo millennio, potessero diventare legna da ardere ha fatto nascere in me l'irresistibile bisogno di dare loro una nuova vita preservandone le intricate trame che ogni taglio svela.
Così, è nato il progetto Eliharté. Vestendo di veli di resina epossidica sezioni del tronco degli ulivi secolari della mia terra.
Ogni singolo manufatto è un pezzo unico per forma, trama e colore, ed è materia viva che ancora di vita parla, perché per la realizzazione è stato impiegato esclusivamente il legno degli alberi sradicati nella frana, nessuna altra pianta è stata abbattuta né lo sarà in seguito.
Sandra Berardi


